Articoli / Critica dell'arte
22. Antonio Massimiani
Massimiani è medico, come Alberto Burri, che nel 1940 si laureò in medicina a Perugia e prestò servizio militare come ufficiale fino al 1943, quando fu catturato dagli inglesi in Tunisia. Cominciò a dipingere mentre era prigioniero di guerra a Hereford, in Texas, e, con i suoi cretti e i suoi sacchi di iuta bruciati, ha reso materia tattile e sensibile la crudeltà del conflitto. Massimiani in queste stampe mostra le ferite delle donne, frutto di una violenza spesso nascosta dalle pareti di casa. E ama il teatro, Massimiani, ama la scenografia, come ha dimostrato fotografando la suggestiva rappresentazione della Natività messa in scena da un intero paese. E, quando si parla di teatro, ogni volta che si alza un sipario, accade il miracolo. Appaiono così, nel palcoscenico privatissimo dell'artista, ma che si apre ai nostri occhi per un attimo, l'attimo dello scatto fotografico, busti di donne posti in cucine in dissolvenza, bocche, pubi dai quali escono rivoli di sangue impotente... Impotente, sì, qui non c'entra nulla la body art, un seppur breve riferimento a Gina Pane sarebbe senza senso. Perché tali artiste sono donne forti, che espongono intenzionalmente il loro disagio e lo ostentano senza vergogna, mostrando il loro sangue e il loro corpo come novelle, dolorose, ferite, statue classiche. Le donne di Massimiani, invece, si trovano, per un attimo, inconsapevoli, illuminate nel loro dolore, che viene mostrato al mondo, e poi, di nuovo, tragicamente nascosto. Belle, anche tecnicamente, le scale di grigi, le campiture sottilmente modulate dalla luce, atte a far risaltare quel rosso che diviene denuncia e profonda riflessione intellettuale. Il nostro artista sa trasfigurare la visione per cogliere attraverso di essa il moto costante e duraturo dell'anima, dinnanzi allo spettacolo di luoghi, luci, atmosfere percepite nella loro essenza più profonda, per il tramite esclusivo del mezzo fotografico liberamente e perfettamente dominato dall'autore ed estremamente raffinato e sottile.
Testo per il catalogo Isolina e le altre..., edizione di Roma, Galleria Montoro, 2009
23. Daniela Nasoni
Cambia formato, la Nasoni, per proporre una verticalizzazione dell'immagine che risponde anche ad un allungamento di uno dei soggetti prediletti dalla pittrice, e dal suo pubblico, quelle casette così fiabesche che per Nizza si allungano sempre più verso il cielo. L'elemento che più stupisce nelle strutture della Nasoni è l'assenza di qualsivoglia sorta di purismo architettonico, e, viceversa, la presenza costante di un brivido emotivo, dato anche dalla forza degli accostamenti cromatici, che costituisce il legante dell'opera e la rende calda d'umanità. Il tutto diventa un microcosmo ideale, un piccolo mondo antico, che la pittrice varesina rievoca proponendo immagini e sogni contro la cronaca della realtà. Le sue casette sono sempre più in fieri, infatti la presenza della gru è diventata oramai quasi una costante, testimonianza che, se davvero dipingere è leggere se stessi, la Nasoni è pronta ad effettuare un nuovo passaggio, una nuova svolta artistica, verso, chissà nuovi soggetti, o nuove tecniche.
Presentazione per la mostra Espace Art/Foire de Nice, Palais des Exposition, Nizza, Francia, 2009

