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Articoli / Critica dell'arte

 

30. Mario Vanini

Sono paesaggi non iscrivibili ad una regione particolare, ad una terra esclusiva, quelli di Vanini. Potrebbe trattarsi della Pianura Padana, delle terre intorno alla Sesia, o di qualsiasi altro territorio italiano: Vanini rende nelle sue tele l'essenza della natura, non la caratterizza, preferendo renderne gli aspetti di una ricca interiorità. Mi viene naturale accostare i paesaggi del nostro artista con le liriche di Giovanni Pascoli. Come il poeta, infatti, anche Vanini, nella contrapposizione problematica tra mondo cittadino e mondo agreste, tema trattato da molti intellettuali negli ultimi due secoli, sceglie la campagna, guidato da ragioni intimistiche e soggettive. Così scrive Pascoli al pittore De Witt nel 1899: "C'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è gran consolazione".
In Myricae, la prima,vera raccolta di poesie del Pascoli, il poeta propone veri e propri quadri narrati di vita campestre, in cui vengono evidenziati particolari, colori, luci, di origine assolutamente pittorica.

Le opere di Vanini hanno i colori delle stagioni e quelli, immutabili, dei sentimenti. Crea atmosfere particolari, sottilmente malinconiche, quasi elegiache, in cui la natura è sempre il punto di partenza, l'occasione per analizzare se stessi; una natura, però, razionalmente irreale, più pretesto che approdo, più viaggio che meta. E' una pittura comunicativa ed espressiva, i suoi fiori racchiudono emozioni già palesi nell'accorto gioco dei chiaroscuri e parlano di un naturalismo schietto nel quale i soggetti si presentano senza infingimenti, escludendo quegli illusionismi che a volte fanno parte del fare arte.

Non posso non ricordare qui il fatto che Vanini sia uomo di fede, sacerdote e pittore, e che quindi i suoi lavori possiedono quel qualcosa in più che sa unire la padronanza dei mezzi tecnici con l'introspezione spirituale. Nelle immagini del nostro artista si identifica l'espressione di un'armonia tutta interiore di cui l'artista affida alle sue opere la trasmissione e la sua pittura trae le proprie emozioni dallo spettacolo della natura. Pur presentandoci il reale, i lavori di Venini sono caratterizzati da una proiezione verso un mondo interiore, in cui la realtà è prima intuita in un'atmosfera che pervade tutto il suo universo artistico.

Vanini è particolarmente attento ai rapporti tonali: misurato ed ottimale nella raffigurazione, con un disegno istintivo e di grande immediatezza, offre una perfetta armonia di composizione, scegliendo l'assoluta essenzialità di una visione dalla quale è bandito ogni elemento decorativo o accessorio per giungere all'espressione dell'essenza delle cose. Questo artista ama interpretare la realtà in modo genuino e si pone come interlocutore prezioso che accompagna silenziosamente, con umiltà, ma con decisione, lo spettatore in un viaggio di meditazione e di ricordo.
Nelle sue opere rappresenta davvero un mondo, una natura senza tempo, che pur depredato, ancora esiste. La realtà attraversa il filtro della tela e viene quindi in un certo senso purificata da quegli elementi che l'artista giudica superflui nella rappresentazione.

Non è immemore, il nostro artista, delle esperienze paesaggistiche di Morandi, di Carrà ed Ottone Rosai. Del primo, conosciuto per le sue incisioni e le nature morte rappresentanti bottiglie, voglio ricordare invece i paesaggi, meno conosciuti, ma che rappresentano ben un quinto della sua produzione. Anche in Morandi, come nel nostro artista, troviamo la capacità di riassumere il soggetto dipinto con rigore ascetico e riflessione puntigliosa su due soli temi, nature morte e paesaggi appunto, instancabilmente esplorati.
Al paesaggio, invece, Carrà arriva più tardi, dopo le esperienze delle Avanguardie. Si tratta di un ritorno alla tradizione che svolge, anche nel caso del pittore futurista come in Venini, la funzione fondamentale di luogo di decantazione, di meditazione, della necessità di un ritorno all'essenziale.
Di Ottone Rosai trovo nel nostro pittore il fascino della bella pennellata robusta, rapida, materica, dei toni dei colori maturi che nella tela hanno la parte dominante, come gli azzurri, densi e tersi, i grigi, i bianchi, i verdi, proposti insieme come una sinfonia dai toni ben calibrati. Accomuna inoltre a mio avviso i due artisti e la scelta di non caratterizzare gli edifici, omettendo particolari di muri, porte, finestre, e degli alberi, nei quali per esempio il fogliame diventa massa cromatica, preferendo proporre all'osservatore una visione d'insieme d'intensa poesia. Bisogna convenire che i lavori di Vanini ci incantano, ci conquistano, arrivando subito al cuore evocando ricordi, suggestioni e dolce nostalgia.

 

Testo per la personale di Don Mario Vanini, Spazi e silenzi ritrovati, Galleria Aglaia Arts and Crafts, Omegna (NO), 2012

 

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