Articoli / Critica dell'arte
27. Monica Scafati
Monica Scafati presenta per la nostra rassegna tre opere, che solo a prima vista possono essere considerate a sé stanti: si tratta infatti, concettualmente parlando, di un unico lavoro, del ritratto della psiche di un'emblematica protagonista vista in tre momenti differenti della sua vita. Prima reali e tangibili, poi, i riferimenti anatomici si allontanano per raggiungere il terzo momento, pregno della spiritualità più pura. Ci dà una soluzione, la Scafati, con questi passaggi, sottolineati anche dal cambio dell'elemento, dal legno al metallo, dalla tenerezza e vulnerabilità di un oggetto naturale, alla forza di una materia forte e possente. Ecco la soluzione: la violenza è stata dimenticata, risolta, la donna è diventata forte, non ha dimenticato, certo, ma ha sublimato la violenza in qualcos'altro, qualcosa che non ci è dato sapere. Le forme che la Scafati propone rivelano limpidezza di messaggio, ed uso intelligente della materia: la sua scultura non è frutto di una semplice osservazione della realtà, ma una presa di coscienza di ciò che ci circonda. C'è oggi molta ritrosia, quasi paura, negli scultori contemporanei, a rappresentare la bellezza, la grazia, come se la bruttezza del mondo che ci circonda debba per forza di cose riflettersi nell'arte. La nostra artista invece non ha paura dell'armonia, pur trattando un tema come la violenza sulle donne, e continua quindi a rappresentarla, come, epidermicamente, la sente.
Testo per Isolina e le altre..., edizione di Roma, Galleria Montoro, 2009
28. Franco Sinisi
Osservando i lavori di Sinisi immediatamente la mia mente corre alle opere di Roman Opalka, l'artista che, da anni, opera in dissolvenza sui suoi ritratti fotografici, tra presenza e assenza, incurante delle sottili linee d'ombra che vanno via via sparendo e che si concretizzeranno, tra non molto tempo, nella campitura perfettamente bianca. Nei ritratti di Sinisi il tracciato anatomico è perfettamente conservato, ed il disegno sottintende ogni sua opera. Tale enunciato potrebbe apparire paradossale, ma certamente non lo è se si considera che il disegno, per il nostro artista, è uno scheletro che sostiene ogni lavoro, che già lo definisce in tutto e lo chiude. La memoria interviene però concettualmente, quella memoria poliedrica, multiforme, cangiante nel tempo e nel medesimo istante, che si rende materia in quelle tele chirurgicamente divise, quasi a simboleggiare l'impossibilità del raggiungimento di una calma quiete serena. Nelle opere astratte, l'occhio nota il colore ed il segno. Quest'ultimo, snello, veloce, che dà luogo ad una narrazione intesa come rielaborazione di messaggi estetici provenienti dalla natura e restituiti sotto forma di momenti di riflessione grazie alla nitidezza di taluni punti-luce nei quali i colori sono accostati con piacevolissimo effetto.
Testo critico per Isolina e le altre..., edizione Rieti, 2008
29. Patrizia Valcarenghi
Patrizia Valcarenghi propone un lavoro legato a filo doppio con la femminilità, che si evince innanzitutto dallo sfondo, fatto di tessuto che facilmente si ricollega ad una forte etnicità, ad un'ancestralità tutta domestica, fatta di lavori manuali, di intrecci leggeri ed infiniti, dove, per realizzarli, il tempo perde d'importanza a vantaggio della precisione. Ma quanta fatica recano quei ricami, in mezzo ai quali si innesta, quasi come un cameo, un torso di donna, anonimo, sconosciuto, un moderno "Torso del Belvedere" che prepotentemente assurge a valore di simbolo. Non ha matericità quel torso, è irriconoscibile, è come un velo, quasi una parte del tessuto sottostante. Pare danzare, ma senza la grazia finta ed accondiscendente delle ballerine di degassiana memoria, viceversa, questa danzatrice senza volto si impone sull'osservatore, rifiutando qualsiasi tipo di giudizio, di grazia, di gioia. Il ballo non è più bellezza, armonia ed eleganza ricercata, bensì diventa angoscia inquieta. In questi ultimi anni spesso il disegno e la pittura cedono il posto alla fotografia, e la Valcarenghi preferisce il mosso e lo sfocato. La figura è sempre presente, ma si mimetizza nel dinamismo della forma, che frantuma l'immagine in un'esplosione di scintille cromatiche.
Testo per il catalogo Isolina e le altre..., edizione di Roma, Galleria Montoro, 2009

