Articoli / Critica dell'arte
31. Laura Valle
E' il 17 marzo 1861. Viene proclamata l'Unità d'Italia, segnando l'inizio di una nuova era e di nuove speranze per il nostro Paese. Lo statista che, più di ogni altro, ha posto le premesse per la nascita dell'Italia unita fu Camillo Benso, conte di Cavour, festeggiato anch'esso da più parti come l'uomo che ha contribuito a realizzare il sogno di tutti coloro che hanno avuto il desiderio di provare a cambiare il destino del Paese.
Il libro "Nella casa di Cavour" di Laura Valle è strutturato su due piani narrativi: una cornice in cui c'è un dialogo difficile, a volte muto, tra una figlia adulta e la madre anziana e malata, e per cercare di superare queste difficoltà di comunicazione, la rievocazione da parte della figlia del periodo più felice della propria infanzia, trascorso appunto a Santena (TO), nella villa di Cavour, dove si trasferisce con la famiglia per sfuggire al secondo conflitto mondiale.
Ancora una volta un edificio fa da sfondo, ma trattasi di uno sfondo non piatto ed insignificante, bensì vivo e vibrante, ad un romanzo, così come già accade in "Cuore di pietra" di Sebastiano Vassalli.
Qui ci troviamo di fronte ad un romanzo fortemente introspettivo, dalle profonde emozioni, che presenta un confronto generazionale potente, che ricorda da vicino "Il diario di Jane Somers" e "Se gioventù sapesse" – traduzione interessante e curiosa che si è scelta per la versione italiana di If the Old Could "Se vecchiaia potesse"), entrambi di Doris Lessing. Anche nei due romanzi della Lessing il tema che ricorre è la prospettiva da cui la vita cambia inevitabilmente in accordo alle sue fasi, scandite da quella che chiamiamo età. Ed un'età, qualunque essa sia, presa singolarmente non avrebbe molto da dire, se non vi fossero dei punti di riferimento in modo da relativizzarla, qui appunto il ricordo dell'anno vissuto a Santena.
Il dialogo muto ad un certo punto si è fatto icona, valore aggiunto, nelle splendide immagini fotografiche scattate dalla stessa Valle, a corollario e completamento dello scritto. Le foto sono suddivise in stagioni, come il libro, dall'estate del '44 alla primavera del'45, e tutte riguardano il rapporto madre-figlia.
Desidero qui mettere l'accento su alcune di queste immagini. Innanzitutto, sulla foto facente parte del ciclo dell'autunno, dove, tra la corteccia materica, scolpita dalla luce, che suggerisce l'appartenenza ad un albero immenso, emerge il disegno di un viso di un'anziana signora, uno schizzo immediato e freschissimo, posto anch'esso sulla corteccia, che guarda il viso dolcissimo di una ragazza appena adolescente. Non a caso il giovane viso è di sicura discendenza preraffaellita: molto, infatti, della produzione della Valle è iscrivibile alla corrente del simbolismo, un simbolismo assolutamente contemporaneo, dove i temi biblici, shakespeariani o medievali lasciano il posto ad un nuovo intimismo più personale, dove i segni grafici costituenti il linguaggio (qui, per esempio, la frase "Mi guardò a lungo negli occhi"), prenderanno il posto dei simboli quasi esoterici molte volte presenti nei dipinti della corrente inglese.
Poi, tra le immagini dedicate all'estate, non si può rimanere indifferenti al grandioso ritratto che emerge prepotente dai sassi. In mancanza di riferimenti dimensionali, il viso può essere letto come una gigantografia od un piccolo cameo, a seconda dell'animo e dell'occhio dell'osservatore. A me piace interpretarlo come un contemporaneo Arcimboldi, un volto sì composto da sassi, ma in cui è leggibilissimo il viso di una persona anziana e segnata dal tempo. Attraverso lo studio anatomico sintetico, ma assolutamente preciso ed attento, la Valle riesce a penetrare la psicologia della persona rappresentata, ad analizzare il suo spirito e ne registra quasi il pensiero. La luce diventa segno e modula il volto, lo costruisce, lo esalta, lo diffonde in tutto l'ambiente circostante.
Osservando poi il ciclo relativo alla primavera, stagione in cui tutto rivive e rinasce, siamo colti dall'ottimismo e dalla speranza che traspare da quel treno lanciato verso l'alba. Un treno appena segnato, quasi solo intuito, frutto di un sapiente scatto che è riuscito a disciogliere le pareti del mezzo e a farsi, quasi esclusivamente, luce. Ancora una volta, quindi, il viaggio, come realtà e come metafora, inteso non solo in senso fisico, in un contesto spazio temporale, ma anche in senso metaforico, come espressione di abbandono, ricerca interiore, desiderio.
Tutta la produzione fotografica legata al libro "La casa di Cavour" diventa un viaggio introspettivo alla ricerca della propria identità e quindi di un proprio modo d'essere, è il cammino di una donna verso la conquista di se stessa e di motivazioni con cui confrontarsi. Nonostante i difficili argomenti affrontati nel testo, la Valle lascia intravedere nelle sue opere uno spiraglio di luce, una possibilità che corre verso spazi sconfinati, verso luoghi aperti di libertà e di soddisfazione. Spesso troviamo nelle opere della Valle la sottile fragranza che emanano le cose naturali, i luoghi vissuti e reali, la loro spinta verso un oltre che l'artista riesce ad indagare con deliziose armonie tonali, fino a raggiungere timbri elevati e nuove soluzioni formali. Luoghi incontaminati, lontani, ricchi di mistero e di fascino.
Infine, la Valle non dimentica dell'importante lezione del poeta visivo Emilio Isgrò, il cui rapporto emerge, a mio avviso, soprattutto nella splendida serie dedicata all'inverno. La poesia visiva tende a gettare un ponte tra scrittura e pittura, ed è illuminante ciò che scrisse Roland Barthes: "la letteratura la sa lunga sugli uomini. Nella Genesi leggiamo che la creazione del mondo avviene semplicemente pronunciandolo. La parola dà forma alle cose, le racconta all'esperienza dell'uomo, e si fa suo strumento di comunicazione. In questo modo possiamo interpretare il senso di ogni fare artistico".
Presentazione per il libro di Laura Valle Nella casa di Cavour, edito dalla Fondazione Alberto Colonnetti, 2010

