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Ombre sul porfido: un capitolo d'assaggio

29. L'ex Ospedale Psichiatrico

 

Da sempre, a Novara, dire che qualcuno arriva dal numero civico 6 di V.le Roma significa nutrire qualche dubbio sulla sua sanità mentale… questo perché al famigerato indirizzo ha, da sempre, corrisposto il manicomio cittadino.
Ora quest’area è tutelata dalle Belle Arti e, nel 2009, sono iniziati i lavori per mutarne sostanzialmente la struttura e farne un centro integrato: per esempio, gli uffici dell’Azienda Sanitaria di Via dei Mille sono stati trasferiti qui. Ora il restauro è quasi del tutto ultimato, tranne che per il padiglione d’ingresso ed alcune palazzine; tra qualche tempo, del vecchio ospedale psichiatrico rimarrà davvero solo il ricordo.

ospedale psichiatrico novara

Tutte le notizie che abbiamo sull’ex ospedale psichiatrico sono tratte da una serie di fonti, dall’Archivio di Stato alle molte tesi di laurea che si sono occupate del fabbricato, che innegabilmente ha suscitato un discreto fascino sugli studenti novaresi in architettura.
La parte più vecchia del manicomio è stata costruita nella seconda metà del 1800, e il 21 giugno 1875 è stato il primo giorno di funzionamento. È stato attivo per circa un secolo, 103 anni per l’esattezza: dal 1875 al maggio 1978, quando, con la legge Basaglia, la famosa legge 180, il manicomio fu “chiuso”.

 

Ma che cosa succedeva ai malati di mente prima del 1875?

 

Chi aveva disturbi psichici veniva ricoverato all’ospedale “normale”, questo accadeva già nel 1400. Formalmente, dal 1765, all’interno del nosocomio novarese esisteva un piccolo reparto con 10/12 posti letto, utilizzati per accogliere questi malati. I pazienti poi venivano inviati a Genova, Torino, Alessandria, dove esistevano strutture un po’ più specializzate. Dobbiamo comunque immaginarci tutto un universo composto da un’umanità sofferente, non solo pazienti in senso stretto. L’insieme dei malati di mente era allora decisamente ampio, e comprendeva persone estremamente povere, sole, senza casa, alcolisti, schizofrenici… insomma, un’umanità diseredata e disgregata. I ricoveri aumentavano nei periodi di guerra, e poi durante l’inverno, quando il freddo era più intenso e il cibo scarseggiava.
Verso il 1870, si decide di costruire anche nella nostra città una struttura atta a ricoverare i malati di mente. Tre i motivi: in primis, le strutture vicine non avevano più spazio per ospitare anche i pazienti novaresi, inoltre, a metà dell’800, in clima di pieno Positivismo, si pensa che l’unica possibilità per questi malati di essere curati sia quella di essere isolati in un posto dove si possa essere accuditi e lavorare (ergoterapia, terapia del lavoro), per questo il manicomio novarese era per certi versi simile ad una fattoria. Il terzo motivo era che, nel 1865, col Regno d’Italia, le Province si assumono l’onere di provvedere ai poveri, alle persone bisognose d’aiuto.
A livello nazionale viene attuata una profonda riorganizzazione. Si accende un lungo dibattito tra gli intellettuali novaresi su come e dove deve essere costruito il nuovo ospedale, vengono proposti diversi siti, tra cui il Lago Maggiore. Si parla di costruire una struttura che possa ospitare 250/350 persone (negli anni ’60 del secolo scorso il nostro manicomio arrivò ad ospitarne circa 1500). Arrivano 22 progetti, uno dei quali firmato da Alessandro Antonelli. I lavori iniziarono in fretta: le prime riunioni vengono fatte nel 1868, e nel 1875 il primo nucleo è operativo.

 

I vari regolamenti che disciplinano personale e pazienti sono interessanti: il primo, in ordine cronologico, fu redatto due anni prima che l’ospedale cominciasse a funzionare, e constava di 40 articoli, il terzo è del 1880, con un aumento esponenziale di norme. Ciò che salta all’occhio è che si cerca di sottolineare in qualsiasi modo che ci deve essere una gerarchia molto marcata all’interno della struttura, e che si parla poco dei pazienti, e molto degli oggetti, che devono essere ben conservati.
Le figure più importanti sono il direttore e l’economo, che vivono all’interno del manicomio con la loro famiglia. Il direttore era un medico che decideva tutto, dal dichiarare guarito un degente, al se e quando i parenti potevano fargli visita, e doveva anche evitare che i pazienti fossero sottoposti ad angherie. Al direttore viene dato anche il compito di controllare il vitto. Dalla lettura delle norme si capisce che è la persona che ha in mano tutto il controllo della cittadella.
L’economo invece era un amministrativo, non era un medico. Doveva verificare se gli articoli di consumo (biancheria, stoviglie…) fossero sufficienti, e, soprattutto, che gli arredi non venissero deturpati. Poi ci sono altre figure, come gli infermieri, che vengono chiamati custodi, infatti non era previsto che seguissero particolari corsi di studi, per essere assunti veniva richiesto solo nome, cognome e nessuna pendenza sul casellario giudiziario.
“Ordine” è la filosofia sulla quale si basava il tutto.
La struttura era piramidale, al vertice il direttore, l’economo, poi i medici, gli ispettori, i custodi, le suore ed il cappellano. Dal 1910 i custodi vengono chiamati infermieri. Le suore all’inizio non c’erano, poi vengono ad assumere grande importanza. Il cappellano seguiva tutti gli aspetti religiosi e teneva corsi di alfabetizzatone elementare, sia per i custodi che per i pazienti. Il portinaio è un’altra figura significativa: doveva essere sposato in modo che sua moglie potesse dargli il cambio alla guardiola, ed essere un uomo forte e di buon senso, che sapesse leggere e scrivere. Doveva controllare che il personale arrivasse in orario, e soprattutto che non rubasse nulla, inoltre, che nessuno dei ricoverati fuggisse.

 

Dal primo nucleo, costruito nel 1875, l’area tende via via ad espandersi, a lotti separati, fino al 1975. All’interno del muro di cinta, infatti, ci sono diverse palazzine, dove i pazienti venivano divisi in base alla patologia: i vecchi, gli agitati, i tranquilli, gli oligofrenici (cioè i bambini che nascevano ipodotati), i furiosi, gli epilettici. Terribile il caso di una donna nata nel 1914, che viene ricoverata nel ‘24 e viene dimessa dopo 50 anni, con una lettera di un medico che dice che ora può vivere in società.
C’è un’esplosione numerica progressiva dei ricoverati, da 250 ai 1400 degenti della fine degli anni ‘60. In tutta Italia a quella data 100.000 sono i ricoverati in manicomio.
A Novara, città pioniera, nel 1951 viene aperto un nuovo reparto, il “reparto neurologico aperto”, dove le persone possono farsi ricoverare volontariamente, senza che l’autorità giudiziaria le costringa. Possono tornare a casa senza che nulla venga scritto sul loro casellario. Nel 1968 i ricoveri volontari verranno istituiti su tutto il territorio nazionale.
È poi del 1978 la Legge Basaglia, definita la “rivoluzione copernicana della psichiatria”. Dice, sostanzialmente, tre cose: innanzitutto non possono essere costruiti nuovi ospedali psichiatrici e non possono più essere utilizzati quelli esistenti, devono poi essere creati nuovi servizi territoriali e previste cure alternative, infine, vengono introdotte norme garantiste nei confronti di chi deve essere ricoverato.

 

Ma, dopo quella data, ci sono ancora manicomi? E i pazienti, che fine hanno fatto?

 

Chi non accetta una terapia e ne ha bisogno viene ricoverato in ospedale, in psichiatria, con un certificato di un medico, controfirmato dal sindaco (o da un sostituto da lui nominato) e dal giudice tutelare. Il ricovero deve avere durata di 7 giorni rinnovabili con lo stesso iter.
La differenza sostanziale è che prima della Legge Basaglia i manicomi non erano luoghi di cura, ma di custodia. Molto spesso, strutture di tal genere non solo non curavano, ma creavano patologie anche in chi non le aveva.
Per esempio, la schizofrenia catatonica, pazienti cioè che rimanevano quasi immobili anche per anni, è una malattia completamente scomparsa grazie alla chiusura degli ospedali psichiatrici, proprio perché generata dal deserto affettivo che regnava nei reparti: le stanze dovevano essere prive di qualsiasi oggetto personale, i mobili standardizzati, grigi, non erano ammessi calendari ed orologi. Ci sarebbe stato da far ammalare anche i sani…
I pazienti poi venivano sottoposti a terapie violente, come il famoso elettroshock. Si fa ancora oggi, in pazienti particolari resistenti ai farmaci. Ma prima la logica era punitiva, veniva somministrato soprattutto ai violenti. Dava amnesia e sonno profondo. Ma funzionava? Funzionava, nel senso che non ha basi scientifiche. È come quando si dà un pugno alla televisione che non è ben sintonizzata, magari si aggiusta, per caso, da sola. Magari, no.
Ora viene considerata una terapia psichiatrica assolutamente destoricizzata. Oggi si cerca di far vivere i sintomi in modo diverso, cercando di capire cosa c’è dietro ai deliri ed alle allucinazioni, studiando anche l’ambiente dentro cui la persona si muove. Invece la psichiatria che si conduceva dentro al manicomio non dava importanza ai sintomi e considerava cronica la schizofrenia per la quale l’unica soluzione era l’internamento.
Oggi sappiamo che, nella maggior parte dei casi, la schizofrenia è guaribile. La medicina considera gli schizofrenici persone vulnerabili che, poste in condizioni di stress, presentano deliri ed allucinazioni. I primi psicofarmaci risalgono agli anni ’50, oggi si usa una terapia integrata con medicine, psicoterapia ed intervento sociale. Per esempio, possiamo ben immaginare che una persona che non ha casa e un lavoro difficilmente sarà in grado di affrontare anche problemi psichici. Quindi adesso ci sono borse lavoro ed assegni terapeutici.
A Novara al momento della chiusura del manicomio erano ricoverate circa 200 persone, che hanno avuto destini diversi. Tanti erano anziani e sono morti, alcuni, pochi, sono tornati in famiglia, altri sono in case di riposo, gli oligofrenici sono stati accompagnati in strutture idonee, altri vivono in gruppi-appartamento. Ora in V.le Roma c’è un Centro di Salute Mentale aperto 12 ore al giorno, dove i malati sono visitati, vengono loro prescritti psicofarmaci, psicoterapia e/o interventi sociali. Qui arrivano ogni anno circa 1500 nuove persone, ci sono centri diurni, con atelier di pittura, musicoterapia, falegnameria, poi c’è il “repartino” all’interno dell’Ospedale Maggiore per i casi più gravi che necessitano di un temporaneo ricovero.
A pochi mesi dalla data in cui entrò in vigore la legge Basaglia, a Novara fu ultimato quello che doveva essere il nuovo ospedale psichiatrico: si tratta della struttura che ospita l’Istituto Agrario Bonfantini, a Vignale. Il palazzo non fece in tempo ad essere utilizzato come ospedale, e venne riadattato a scuola. Nelle aule, infatti, si possono ancora vedere lavandini e parti piastrellate che dovevano appartenere alle camere dei ricoverati.

 

Del vecchio manicomio rimangono due palazzine che sono state completamente ristrutturate ed accolgono ognuna 20 pazienti. Sono divise in 4 appartamenti, ogni paziente ha una sua stanza ed un bagno, possono trattenersi per un periodo breve o lungo, e c’è personale 24 ore su 24.
Al Centro di Salute Mentale lavorano un centinaio di persone tra medici, psicologi, educatori ed assistenti sociali.

 

Si ringrazia il Prof. Domenico Nano e la sua équipe per la grande disponibilità prestata nel farci visitare la struttura e a fornire le notizie storico/scientifiche.